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Amori e pregiudizio




"Cara, devi leggere questo romanzo. Parla della nostra storia come figlie della 'prima generazione'. Io mi leggo nei pensieri, nel ritratto di tante persone, conosco perfettamente questo mondo, la scrittrice descrive la nostra realtà alla perfezione, quello spazio ambiguo tra le due generazioni, due mondi diversi, due realtà socioeconomiche, due culture sia dentro che fuori la casa di una famiglia immigrante...Insomma, è il primo contesto in cui si sovrappongono tanti aspetti della 'seconda generazione' coreana che è cresciuta nel continente americano. La prima volta che che si parla di donne coreane in un contesto vero e attuale. Una sorta di pizza alla americana con sapore coreano."

Mia sorella sospira. Sta già leggendo un altro romanzo che le avevo consigliato vivamente.

"C'è una frase che mi ha fatto ridere tanto che ho cominciato a piangere."
"Quale frase?"
"È una stupidata. Sono sicura che ognuno troverà il suo proprio punto di riferimento e che quello che mi fa ridere non ti farà niente, o qualcosa che mi fa piangere ti sembrerà stupido."
"Ma adesso sono proprio incuriosita. Che frase ti ha fatto piangere?"

So Ella was going to be married by her father's Korean minister in Queens---a very nice man who yelled a lot about hell.

(Ella sarebbe stata sposata dal pastore di suo padre a Queens---un signore molto simpatico che urlava mentre parlava dell'inferno).

Questa frase era per mè il riassunto di tutte le contraddizioni del tipico contesto coreano americano/canadese, per la maggior parte presbiteriano (prima che cedesse all'influenza del fondamentalismo religioso degli evangelici durante l'ultimo decennio): Venivano in mente tanti sermoni che avevo sentito da piccola, dove il pastore urlava incomprensibilmente in coreano, sputtando e gemendo mentre contemplava l'amore di Dio e la nostra salvezza. L'essenza dell'ethos coreano si cattura in questa immagine: l'intensità della meditazione spirituale che produce uno stato non verbale, una intensità intellettuale ed emotiva concentratissima amplificata dall'esilio traumatico di un popolo con tendenze tragiche ("elegiache") e poca considerazione culturale per la salute mentale. Un forte bisogno di sfogarsi che si esprimeva una volta alla settimana in una stanza chiusa dove emanavano gli odori della cucina nativa e le speranze di una vita migliore in tutti i sensi, a tutto costo: una sorta di "urlo-terapia" collettivo in nome di Dio.

Però i pastori coreano sono cambiati. L'urlare era parte di uno stile che si usava venti, trent'anni fa, per cui i pastori sembrava più attori che predicatori e cui retorica sarà stata confortante per chi avesse lasciato in dietro la famiglia e si trovasse da solo in un paese straniero.

Il riferimento al pastore che urla mentre fa la predica mi ha fatto piangere non per nostalgia, ma piuttosto per una nuova sensibilità che riveste tutto il passato di sfumature completamente diverse: la confusione colossale di chi arriva in un nuovo paese e il caos schizofrenico prodotto dalla realtà bilingue. Un uomo simpatico che urla mentra parla dell'inferno. L'idealismo (cioè la paura dell'altro) degli immigranti e il doppio bagaglio che impongono ai figli, che si traduce in una doppia vita, per poter affrontare le doppie aspettative. E la distanza di chi urla da quella nuova realtà, che mi ha fatto ridere e piangere allo stesso tempo.

Pubblicato il 13/9/2009 alle 23.0 nella rubrica Meditazione mangorosa.

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